Qual è la differenza tra flessibilità e precariato? Lo stipendio!
Qualche giorno fa un amico mi raccontava del cugino.. questo ragazzo, sembra sia un portento nel campo della sicurezza informatica, avrebbe preso una stanza in un appartamento a Roma a 700 euro al mese. Ho chiesto perché pagare tanto, quando si trovano soluzioni ben più economiche. Mi è stato risposto che preferisce stare comodo “Tanto guadagna bene, si parla di oltre 3000 euro/mese”. Ho fatto qualche altra domanda ed il ragazzo sembra che non lavori da libero professionista, ma da dipendente con contratti di pochi mesi, scaduto il periodo contrattuale in alcuni casi ricontratta con la stessa ditta se necessario, o altrimenti cambia ditta, visto che il settore tira tanto.
Questa storia mi ha fatto riflettere: il lavoratore flessibile è un prestatore d’opera di tipo non professionale (per attività professionale intendo quella delle professioni protette), che lavora come dipendente, ovvero inserito nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro. In questo si distingue da chi invece lavora fornendo una prestazione, come un libero professionista o un artigiano, che invece hanno una propria organizzazione e mezzi propri, che non sono richiesti al dipendente. Per il lavoratore flessibile il cambiamento del datore di lavoro è un’opportunità di crescita in campo lavorativo, in quanto amplia le proprie esperienze ed un’opportunità di crescita economica, potendo contrattare un miglioramento rispetto alle condizioni del momento. Uno stipendio alto è legato a due fattori fondamentali:
-
il lavoratore flessibile risolve un bisogno momentaneo del datore di lavoro;
-
garantisce il lavoratore dall’alea legata al fatto che vi possono essere dei periodi di fermo.
Se il mercato del lavoro flessibile può dare tante opportunità che cosa è il precariato? Perché ci si lamenta tanto? Basta leggere questo articolo che richiama un discorso di Draghi: lo stipendio da fame!
In realtà una parte dell’imprenditoria non ha delle necessità temporanee di un profilo specifico, ma preferisce coprire anche le posizioni relative alla propria attività corrente con lavoratori precari a tempo indeterminato, questo svilisce sia la categoria del lavoratore flessibile, sia quella del lavoratore a tempo indeterminato, in quanto si va a confonderne i ruoli e li si rende entrambi più deboli dal punto di vista contrattuale, ribaltando il rischio d’impresa sui lavoratori.
Un lavoratore con contratto a tempo indeterminato deve avere una retribuzione legata alla contrattazione collettiva di categoria. Tale lavoratore non ha l’alea del lavoro, non rischia dei periodi di fermo nell’attività e, quindi, ha la garanzia di avere continuità anche negli introiti.
Il lavoratore flessibile NO! Ha un maggiore rischio che deve essere compensato da maggiori guadagni, questo è un principio fondamentale dell’economia.
Governo e Sindacati forse non hanno capito questo: il lavoro flessibile può essere un’opportunità, però deve essere tutelato alzando (io direi raddoppiando) la paga oraria del lavoratore flessibile rispetto alla paga definita in ambito di contrattazione sindacale e garantendo, con un controllo stringente dell’Agenzia delle Entrate e dell’Ispettorato del Lavoro che tali prescrizioni siano rispettate sul serio… e questo dovrebbe essere previsto dalla Legge!
Possibili risvolti:
-
chi ha maggiore propensione al rischio può scegliere di essere un lavoratore flessibile;
-
gli imprenditori limiterebbero allo stretto necessario l’uso del lavoro flessibile.
Popularity: 21% [?]
Articoli correlati
Flessibilità e precariato innovativo su Mentecritica--La differenza tra dare del Tu e dare del Lei non è solo formale, ma, in alcuni casi, sostanziale. In questo articolo uno studio sociale sul come mai si è sempre meno formali ed il Tu si diffonda in maniera sempre più ampia.--Greenpeace: the journey of trash--
Scritto il : 5 Novembre 2007 in Riflessioni | Sottoscrivi il feed
hai centrato in pieno la questione
condivido il tuo ragionamento
[…] Qual è la differenza tra flessibilità e precariato? Lo stipendio! […]
Argomento spinoso
Mi permetto di dire la mia: sfortunatamente o fortunatamente a seconda di come la si voglia intendere, Roma in questo periodo vive un periodo felice per chi si occupa di IT. Fin ad un paio di anni fa, le cifre da te citate erano un sogno, anche per i free-lancer, adesso invece questo tipo di mercato tira molto nella capitale e si possono contrattare anche 400 € /giorno (lordi) se il committente ha bisogno della risorsa (senza essere particolarmente referenziati).
Purtoppo è un periodo: non si sa quanto durerà…
Il precariato è esploso proprio con la legge Biagi: l’abuso della flessibilità si è trasformato in un esplosione della precarietà soprattutto a svantaggio delle giovani leve.
La responsabilità è bivalente: il legislatore non ha saputo regolamentare in maniera opportuna e le aziende, dal canto loro ne hanno approfittato.
Il tuo ragionamento è efficace: il sistema americano si basa su un principio analogo.
Sfortunatamente viviamo in un paese dove l’unica soluzione trovata per limitare lo sfruttamento dei contratti a progetto è stato quello di innalzare la percentuale relativa al contributo INPS fino al 24,5% e, se passerà la nuova finanziaria, l’anno prossimo in contributo verrà parificato a qeullo versato dai lavoratori dipendenti.
Un espediente per ridurre i co.co.co. ? No, ormai l’indotto maggiore è costituito proprio dai loro “stipendi”, per cui è facile fare “2 + 2″.
Il tuo blog (nonostante il nome) è molto intrigante.
Un saluto
Luigi, il tuo ragionamento è condivisibile. Viviamo però in un Paese in cui le questioni si affrontano in modo non lineare. Si deve contenere una spesa pubblica di qualsivoglia genere? Ed ecco subito pronta una tassa ad hoc. Il modo di procedere politicamente è contorto per non dire altro. Per cui la vedo dura…..
[…] e precariato innovativo su Mentecritica Ho scritto diversi mesi fa un articolo che ho inviato a MenteCritica, sulla differenza tra flessibilità e precariato. E’ stato […]