Le case discografiche hanno perso

Questa mattina viaggiavo in treno e di fronte a me una ragazza ascoltava musica ad alto volume con il suo iPod, questo mi ha stimolato una riflessione sul modello di business delle case discografiche:

musicisti a cantanti producono la loro musica e le loro canzoni, le case discografiche li assoldano e vendono un prodotto che non è la musica, ma il supporto musicale.

Il problema della ‘pirateria musicale’ in passato nasceva dal fatto che le case discografiche, che avevano pagato diritti agli artisti per riprodurre in esclusiva sui loro supporti musicali i brani e che qualcuno, senza pagare questi diritti copiava gli stessi brani su di un altro supporto, che distribuiva con costi nettamente minori.

Oggi le case discografiche combattono in ogni modo contro la diffusione della musica in maniera digitale. Il problema nasce dal fatto che con le nuove tecnologie non esiste più un supporto materiale per il singolo brano, sul quale le case discografiche pretendono tutt’ora di guadagnare. Le case discografiche quindi, sino ad oggi, hanno fatto da intermediarie tra l’artista ed il vasto pubblico. Oggi gli artisti potrebbero distribuire autonomamente i loro brani mettendoli a disposizione su internet. Ovviamente, in questo caso, considerando i lauti guadagni che fanno con concerti ed esibizioni sarebbero i primi interessati a far circolare quanto più possibile i loro brani.

Con un modello di business di questo genere, quindi, viene meno la necessità di intermediazione, produzione e distribuzione dei supporti materiali si quali è depositata la musica e quindi l’intera infrastruttura sviluppata dalle case discografiche.

In realtà Apple ha visto lontano, anzi, lontanissimo: il nuovo supporto materiale per la musica non è più il supporto del singolo brano, il CD, ma il lettore stesso, che unisce le funzioni di supporto e di strumento di riproduzione.

Il modello di business che le case discografiche stanno cercando di salvare a colpi di carta bollata, in realtà è indifendibile!

Pensiamo al paradosso dei produttori di orologi a pendolo che, a colpi di carta bollata, avessero voluto bloccare la diffusione degli orologi da polso prima e, oggi, l’integrazione di sistemi di misurazione del tempo nei cellulari. Assurdo!

Comprendo che le major discografiche cerchino di difendere il loro modello di business, in fondo, negli ultimi cinquant’anni ha garantito proventi mostruosi, tuttavia forse avrebbero avuto l’occhio più lungo, invece, a prepararsi per il modello del nuovo millennio, spostando le risorse sulla promozione della musica per continuare a vendere i supporti di nuova generazione, ovvero i lettori musicali.

update del 2 agosto: su tutti i giornali di oggi c’è la provocazione di Elton John, e questo post mi sembra la risposta più naturale. Da che mondo è mondo ogni epoca ed ogni strumento di comunicazione ha stimolato l’arte e la sensibilità degli artisti. Mi sembra strano che un artista faccia una provocazione di questo genere, evidentemente non è più una persona che ha la necessità di esprimersi, ma una che ha degli interessi economici da salvaguardare, basati sugli schemi ed i modelli di business del vecchio millennio.

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Una risposta to “Le case discografiche hanno perso”

  1. Sono perfettamente d’accordo, oramai siamo al tramonto delle case discografiche.


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